Contemporary Romance

BLOGTOUR: Birthday Girl-Penelope Douglas

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E’ uscito il 17 Aprile in lingua inglese BIRTHDAY GIRL, ultimo romanzo peccaminoso di Penelope Douglas.

In attesa di ritrovare in italia la Douglas con Wrong Love prossimamente in uscita grazie alla Newton Compton Editori, ci godiamo trama e un piccante estratto di questo nuovo libro, ovviamente tradotto in italiano dal Team!

Teaser-1

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JORDAN

Mi ha presa con sè quando non avevo altro posto dove andare.
Non mi usa, non mi fa del male, e non si dimentica di me. Non mi tratta come se fossi niente, non mi da per scontata, e non mi fa sentire insicura.
Si ricorda di me, ride con me, e mi guarda. Mi ascolta, mi protegge, e mi vede. Posso sentire i suoi occhi su di me attraverso il tavolo della colazione, e il mio cuore batte così forte quando lo sento parcheggiare nel vialetto dopo il lavoro.
Devo fermare tutto questo. Non può succedere.
Mia sorella una volta mi aveva detto che non esistono uomini buoni, e se ne trovi uno, probabilmente non è disponibile.
Solo che non è Pike Lawson a non essere disponibile.
Sono io.

PIKE

L’ho presa con me, perchè pensavo di aiutare.
Avrebbe cucinato qualche pasto e tenuta pulita un po’ la casa. Era un semplice accordo.
Mentre passavano i giorni, però, è diventato tutto tranne che semplice. Devo fermare la mia mente dal vagare su di lei e smettere di trattenere il respiro ogni qualvolta mi imbatto in lei dentro casa. Non posso toccarla, e non dovrei volerlo.
Più il mio cammino si ritrova a incrociare il suo, però, più lei diventa una parte di me.
Ma non siamo liberi di arrenderci a tutto questo. Lei ha diciannove anni, io ne ho trentotto.
E sono il padre del suo ragazzo.
Sfortunatamente, si sono entrambi appena trasferiti a casa mia.

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**ESTRATTO**

Jordan sta lavorando in un bar, e Pike entra per incontrarsi con degli amici.
PIKE
“Che cavolo si è messa addosso?” brontolo, scorrendo sul divanetto.
Dutch volta la testa verso di me, il suo drink a pochi centimetri dalle sue labbra. “È per lo spettacolo in lingerie”, mi dice. “Lo fanno ogni giovedì sera. Le cameriere e bariste indossano camicie da notte e corsetti e servono bevande e cibo. È divertente.”
No, veramente no.
Ma mi guardo intorno e vedo qualche altra ragazza servire antipasti e drink, alcune di loro in abiti molto succinti. Almeno il corsetto di Jordan sembra un’armatura.
“Ma Jordan non l’aveva mai fatto prima”, continua lui. “È questo che mi ha scioccato. Pensavo dovessi saperlo.”
“Perchè cazzo dovrei volerlo sapere?” Tiro fuori una birra da un secchiello col ghiaccio posato sul tavolo.
“Già, scusa.” Si volta, borbottando nel suo bicchiere, “Hai proprio la faccia di uno a cui non potrebbe importare di meno.”
Lo guardo storto, sentendo una risata nelle sue parole.
Rimettendo la bottiglia nel secchiello, intoccata, mi alzo e mi avvicino al bancone. Sento un grugnito dietro di me, ma non m’importa. In un certo senso lei è una mia responsabilità, e non voglio che faccia cose del genere, solo perchè pensa di aver bisogno di soldi.
C’è solo un’altra barista oltre a Jordan. La proprietaria, Shel. Sono sicuro che non mi abbia dimenticato, quindi viro verso la parte opposta del bancone e catturo l’attenzione di Jordan mentre sta stappando una fila di sei bottiglie di birra.
“Che cavolo stai indossando?” Mi chino in avanti, parlando in modo più calmo possibile.
Lei gira di scatto la testa verso di me, incontra i miei occhi, e si volta di nuovo dall’altra parte come se fossi l’ultima persona con la quale vuole avere a che fare in questo momento.
Consegna le birre, prende il denaro e si gira, picchiettando sullo schermo di fronte a lei. “È tutto apposto”, mi rassicura. “È solo un corsetto, Pike.”
“Ti stanno guardando tutti.”
Annuisce, sorridendo in modo sarcastico. “È questo il punto.”
“Jordan”, sospiro, cercando di parlare a bassa voce mentre evito un vecchio signore seduto al bancone. “Questa città è piccola. Cosa succederebbe se tuo padre entrasse in questo momento?”
“Lui non ci viene qui”, dice lei, chiudendo il registratore di cassa e guardandomi, finalmente. “E di solito neanche tu.” Il rossore le attraversa le guance. “Inoltre, non sono stupida. Non prenderei mai parte a qualcosa che potrebbe umiliarmi.”
Si volta e consegna il resto al cliente, ma lui le scaccia via la mano, lasciandoglielo tenere. Lei sorride e si rigira, lasciando cadere le banconote in un contenitore già straripante.
“Non so nemmeno cosa ci fai qui”, dice, iniziando a preparare un altro drink. “Pensavo fossi seduto a quella festa di addio al celibato, perchè…” Mette giù la bottiglia e traccia delle virgolette con le dita imitando la mia voce brontolona “c’è bisogno di almeno una persona sobria domani al lavoro.”
La guardo inarcando un sopracciglio. Io non parlo così.
Frugando nella mia tasca, tiro fuori il volantino e lo faccio scivolare verso di lei sul bancone.
Lei si blocca, e il suo viso impallidisce. “Dove l’hai trovato?”
Lo prende e lo butta da qualche parte sotto di lei. Probabilmente in un cestino.
Prendendo un tovagliolo, lo appoggia di fronte a un cliente e ci mette sopra il drink fresco che gli ha appena preparato.
“Se ti servono soldi”, le dico, “posso prestarteli io, okay?”
E lei si ferma, posando lentamente gli occhi su di me. Il suo sguardo si indurisce, arrabbiato, e sembra quasi che voglia gridarmi contro, ma non lo fa. Invece si gira di scatto e si precipita in fondo al bancone attraversando il divisorio, voltandosi appena solo per schioccare le dita nella mia direzione e poi tornare a precipitarsi giù per il corridoio.
Il mio stomaco affonda. Non avevo davvero intenzione di farla incazzare così tanto. Che cosa ho detto adesso?
Facendomi largo tra la folla, mi incammino nel corridoio vuoto, arrivando alla fine nella stessa stanza in cui si era rifugiata a piangere l’ultima volta che l’avevo fatta arrabbiare.
Entrando dalla porta aperta, la vedo in piedi con le mani sui fianchi e la testa piegata nella mia direzione.
“Preferirei mangiare da un bidone della spazzatura piuttosto che prendere soldi da te”, dice in tono tagliente.
Dovrei tacere. Ma Dio aiutami. Non ce la faccio. “Mi dispiace fartelo notare, ma lo fai già,” le dico. “Vivi in una casa dove non paghi l’affitto nè le bollette, giovane donna.”
“Cucino e pulisco per te!” urla, ma dubito che qualcuno possa sentirci quaggiù e attraverso la musica. “È così che ti ripago, stronzo arrogante!”
“Va bene, va bene”, ringhio, sbattendo gli occhi ripetutamente. “Hai ragione, okay? Ma, Jordan, gli uomini si faranno delle idee. Penseranno di avere via libera e poter toccare ciò che appartiene a mio figlio. Lo stai mettendo in imbarazzo.”
“Tuo figlio?” mi prende in giro, ridendo. “Beh, è appena andato via, veramente. Mi ha già vista, e non gli importa, Pike. Pensava che stessi bene, e poi se n’è andato con i suoi amici. Non gli importa!”
“Beh, a me importa!”
Le parole escono dalla mia bocca prima che possa fermarle, e mi gelo, quasi troppo impaurito per respirare.
Oh, merda. Che cosa ho appena detto?

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