Contemporary Romance

BLOG TOUR: Verity – Colleen Hoover

È uscito in anticipo, il 7 Dicembre anzichè il 18, VERITY di Colleen Hoover, la regina del romance che per la prima volta si cimenta con un thriller psicologico dalle sfumature romantiche.

In questo blog tour, noi del Team Romance Book abbiamo deciso di tradurre IN ESCLUSIVA per voi lettori il primo capitolo di questo nuovo romanzo targato Hoover, per darvi modo di avere un assaggio della storia e capire se potrebbe piacervi come genere.

Siete pronti? Continuate a leggere!

*** CAPITOLO UNO ***

Sento il rumore del suo cranio che si spacca ancora prima che gli schizzi di sangue mi raggiungano.

Sussulto e faccio velocemente un passo indietro sul marciapiede. Uno dei miei tacchi scivola dalla strada, quindi mi aggrappo al palo di un cartello con la scritta Vietato parcheggiare per tenermi in piedi.

L’uomo era proprio di fronte a me fino a un paio di secondi fa. Eravamo entrambi in mezzo a una folla di persone che stavano aspettando il segnale luminoso di attraversamento pedonale quando lui si era incamminato prematuramente sulla strada, finendo per venire travolto da un camion. Mi ero lanciata in avanti per cercare di fermarlo- aggrappandomi al niente mentre lui cadeva. Avevo chiuso gli occhi prima che la sua testa venisse schiacciata dalla ruota, ma l’avevo sentita scoppiare come il tappo di una bottiglia di champagne.

Era nel torto, stava guardando in modo distratto il suo cellulare, probabilmente un effetto collaterale dell’aver attraversato la stessa strada numerose volte senza nessun incidente. Morte di routine.

Le persone sussultano, ma nessuno grida. Il passeggero del veicolo che ha compiuto l’infrazione salta fuori dal camion e si inginocchia immediatamente vicino al corpo dell’uomo. Mi allontano dalla scena mentre diverse persone si affrettano ad aiutare. Non ho bisogno di guardare l’uomo sotto alla ruota per capire che non è sopravvissuto. Devo solo guardare in basso verso la mia camicia una volta bianca- al sangue di cui ora è sporca- per sapere che un carro funebre farebbe più al caso suo rispetto a un’ambulanza.

Mi volto per allontanarmi dall’incidente- per trovare un posto dove poter riprendere a respirare- ma l’attraversamento ora dice camminare e la fitta folla gli dà ascolto, rendendomi impossibile nuotare controcorrente in questo fiume di Manhattan. Alcuni non alzano nemmeno gli occhi dal proprio cellulare mentre passano accanto all’incidente. Smetto di provare a muovermi, e aspetto che la folla si diradi. Lancio un’occhiata indietro all’incidente, attenta a non guardare direttamente l’uomo. L’autista del camion è ora sul retro del veicolo, a occhi spalancati, mentre parla al telefono. Tre, forse quattro, persone li stanno assistendo. Alcuni sono mossi da una macabra curiosità, e stanno filmando la raccapricciante scena coi loro cellulari.

Se stessi ancora vivendo in Virginia, tutto questo si sarebbe svolto in maniera completamente diversa. Tutti attorno si sarebbero fermati. Ne sarebbe scaturito il panico, le persone avrebbero urlato, e una troupe televisiva sarebbe approdata sul luogo dell’incidente nel giro di pochi minuti. Ma qui a Manhattan, un pedone colpito da un camion accade così spesso, che non è considerato altro che un inconveniente. Un ritardo nel traffico per alcuni, un guardaroba rovinato per altri.

Probabilmente accade talmente spesso, che non finirà nemmeno sulla carta stampata.

Per quanto l’indifferenza di alcune persone qui mi dia fastidio, è esattamente questo il motivo per il quale mi sono trasferita in questa città dieci anni fa. Le persone come me appartengono alle città sovraffollate. Lo stato della mia vita è irrilevante in un posto di questa grandezza. Ci sono molte più persone qui che hanno storie più pietose della mia.

Qui, sono invisibile. Non importante. Manhattan è troppo affollata per fregarsene di me, e io la amo per questo.

“Sei ferita?”

Alzo gli occhi verso un uomo mentre mi tocca il braccio e ispeziona la mia camicia. Una profonda preoccupazione è conficcata nella sua espressione mentre mi controlla dall’alto in basso, valutando le mie ferite. Posso dire dalla sua reazione che non è uno di quei newyorchesi induriti. Può essere che viva qui adesso, ma da qualsiasi parte provenga, è un posto che non ha buttato fuori tutta l’empatia dalla sua persona.

“Sei ferita?” ripete lo sconosciuto, stavolta guardandomi negli occhi.

“No. Non è il mio sangue. Ero vicina a lui quando…” Smetto di parlare. Ho appena visto un uomo morire. Ero così vicina a lui, il suo sangue è su di me.

Mi sono trasferita in questa città per essere invisibile, ma certamente non sono impenetrabile. È qualcosa su cui ho lavorato- cercare di diventare dura come il cemento sotto i miei piedi. Non ha funzionato molto bene. Riesco a sentire tutto ciò a cui ho appena assistito depositarsi nel mio stomaco.

Mi copro la bocca con la mano, ma la allontano velocemente quando sento qualcosa di appiccicoso sulle labbra. Altro sangue. Guardo la mia camicia. Così tanto sangue, e non è mio. Prendo il tessuto e lo allontano dal mio petto, ma si appiccica alla mia pelle nei punti in cui gli schizzi di sangue stanno iniziando ad asciugarsi.

Credo di aver bisogno d’acqua. Sto iniziando a sentirmi un po’ stordita, e vorrei sfregarmi la fronte, pizzicarmi il naso, ma ho paura di toccarmi. Alzo gli occhi verso l’uomo che sta ancora stringendo il mio braccio.

“Ce l’ho anche sulla faccia?” gli chiedo.

Lui stringe le labbra e poi allontana lo sguardo, scrutando la strada attorno a noi. Accenna a un bar poco distante.

“Avranno un bagno”, dice, premendo una mano contro la parte bassa della mia schiena e accompagnandomi in quella direzione.

Guardo dall’altra parte della strada verso l’edificio della Pantem Press verso il quale ero diretta prima dell’incidente. Ero così vicina. Lontana quindici- forse venti- piedi da un meeting al quale dovevo assolutamente partecipare.

Mi chiedo quanto vicino era alla sua destinazione l’uomo che è appena morto?

Lo sconosciuto mi tiene aperta la porta quando raggiungiamo il bar. Una donna con un caffè in entrambe le mani cerca di strisciare in mezzo a noi verso l’uscita quando nota la mia camicia. Indietreggia per allontanarsi da me, dandoci modo di poter entrare nell’edificio. Avanzo verso il bagno delle donne, ma la porta è chiusa a chiave. L’uomo apre la porta del bagno degli uomini e mi fa cenno di seguirlo.

Non chiude la porta dietro di noi mentre si avvicina al lavandino e apre l’acqua. Mi guardo allo specchio, sollevata nel vedere che la situazione non è così tragica come pensavo. Ci sono alcuni schizzi di sangue sulle mie guance che stanno iniziando a diventare più scuri e asciugarsi, e uno spruzzo sopra le mie sopracciglia. Ma fortunatamente, la mia camicia si era presa l’impatto maggiore.

L’uomo mi passa delle salviette bagnate, e io mi strofino la faccia mentre lui ne bagna altre. Riesco a sentire l’odore del sangue ora. La sapidità nell’aria fa tornare la mia mente a quando avevo dieci anni. L’odore del sangue era così forte che lo ricordo ancora adesso a distanza di anni.

Cerco di trattenere il respiro all’inizio di un’altra ondata di nausea. Non voglio vomitare. Ma voglio togliermi di dosso questa camicia. Ora.

La sbottono con dita tremanti, poi la tolgo e la metto sotto il rubinetto. Lascio che l’acqua faccia il suo lavoro mentre prendo le altre salviette bagnate dalle mani dello sconosciuto e inizio a strofinare via il sangue dal mio petto.

Lui si avvicina alla porta, ma invece di lasciarmi un po’ di privacy mentre me ne sto qui in piedi con addosso il reggiseno meno attraente che possiedo, ci chiude dentro il bagno così nessuno potrà entrare mentre sono senza camicia. È galante in maniera inquietante e mi lascia con un senso di disagio. Sono tesa mentre lo guardo attraverso il riflesso nello specchio.

Qualcuno bussa.

“Esco subito”, dice lui.

Mi rilasso un pochino, confortata dal pensiero che qualcuno fuori da questa porta possa sentirmi urlare se ne avessi bisogno.

Mi concentro sul sangue finchè non sono sicura di averlo lavato via tutto dal mio collo e dal petto. Poi ispeziono i miei capelli, voltandomi a destra e sinistra verso lo specchio, ma trovo solo un centimetro di punte scure sopra il caramello sbiadito.

“Tieni”, dice l’uomo, mentre armeggia con l’ultimo bottone della sua camicia bianca inamidata. “Mettiti questa.”

Si è già tolto la giacca del completo, che ora è appesa alla maniglia della porta. Si libera della camicia, rivelando una canottiera bianca sotto di essa. È muscoloso, più alto di me. La sua camicia mi inghiottirà. Non posso indossarla per il mio meeting, ma non ho altra scelta. Prendo la camicia quando me la allunga. Afferro altre salviette asciutte e me le picchietto sulla pelle, poi la indosso e inizio ad abbottonarla. Sembra ridicolo, ma almeno non era il mio cranio quello che è esploso sulla camicia di qualcun altro. Unica nota positiva.

Tiro via la mia camicia bagnata da sotto il lavandino e accetto il fatto che non ci sia modo di salvarla. La getto nel cestino, poi mi aggrappo al bordo e fisso il mio riflesso. Due occhi stanchi e vuoti mi fissano di rimando. L’orrore di ciò a cui hanno appena assistito hanno fatto diventare il color nocciola un torbido marrone. Mi strofino le guance col dorso delle mani per colorarle un po’, ma è tutto inutile. Ho un aspetto orribile.

Mi appoggio contro il muro, voltando le spalle allo specchio. L’uomo sta accartocciando la sua cravatta. La mette nella tasca della giacca e mi esamina per un momento. “Non riesco a capire se sei calma o in stato di shock.”

Non sono scioccata, ma non so nemmeno se sono calma. “Non ne sono sicura”, ammetto. “Tu stai bene?”

“Sto benone”, dice. “Purtroppo ho visto di peggio.”

Inclino la testa mentre cerco di sezionare gli strati della sua enigmatica risposta. Lui interrompe il contatto visivo, e questo fa in modo che io lo fissi in maniera ancora più ostinata, chiedendomi cosa possa aver visto di peggio della testa di un uomo schiacciata sotto un camion. Forse è originario di New York. O forse lavora in un ospedale. Ha un’aria di competenza che spesso accompagna le persone che sono responsabili di altre persone.

“Sei un dottore?”

Lui scuote la testa. “Sono un agente immobiliare. Lo ero, comunque.” Si avvicina a me e raggiunge la mia spalla, scacciando via qualcosa dalla mia camicia. La sua camicia. Quando lascia andare il braccio, mi guarda per un momento prima di allontanarsi di un passo.

I suoi occhi combaciano con la cravatta che si è appena infilato in tasca. Verde pallido. È bellissimo, ma c’è qualcosa in lui che mi fa pensare che desidererebbe non esserlo. Come se il suo aspetto potesse essere un fastidio per lui. Una parte di sè che vorrebbe che nessuno notasse. Vuole essere invisibile in questa città. Proprio come me.

La maggior parte delle persone viene a New York per essere scoperta. Il resto di noi viene qui per nascondersi.

“Come ti chiami?” chiede.

“Lowen.”

C’è una pausa in lui dopo che gli dico il mio nome, ma dura solo qualche secondo.

“Jeremy”, dice. Si avvicina al lavandino e apre l’acqua di nuovo, e inizia a lavarsi le mani. Continuo a fissarlo, incapace di tenere a freno la mia curiosità. Cosa intendeva quando ha detto di aver visto cose peggiori dell’incidente al quale abbiamo appena assistito? Ha detto di aver lavorato nell’immobiliare, ma nemmeno la peggior giornata di lavoro come agente riuscirebbe a riempire qualcuno di così tanta oscurità come ne è pieno quest’uomo.

“Cosa ti è successo?” gli chiedo.

Lui mi guarda dallo specchio. “Cosa intendi dire?”

“Hai detto di aver visto di peggio. Cos’hai visto?”

Chiude l’acqua e si asciuga le mani, poi mi guarda. “Vuoi davvero saperlo?”

Annuisco.

Butta le salviette nel cestino e poi si infila le mani in tasca. Il suo atteggiamento si incupisce ancora di più. Mi sta guardando negli occhi, ma c’è una disconnessione tra lui e questo momento. “Ho tirato fuori da un lago il corpo di mia figlia di otto anni, cinque mesi fa.”

Inspiro forte e mi porto una mano alla base della gola. Non era per niente oscurità quella che avevo visto nella sua espressione. Era disperazione. “Mi dispiace tanto”, sussurro. E lo penso sul serio. Mi dispiace per sua figlia. Mi dispiace di essere stata curiosa.

“E che mi dici di te?” chiede. Si appoggia al bancone come se questa fosse una conversazione per la quale è preparato. Una conversazione che aspettava di avere. Che arrivasse qualcuno a far sembrare le sue tragedie un po’ meno tragiche. È ciò che fai quando hai sperimentato il peggio del peggio. Cerchi persone come te…persone in condizioni peggiori di te…e le usi per sentirti meglio a proposito delle cose terribili che ti sono successe.

Deglutisco prima di parlare, perchè le mie tragedie sono niente paragonate alle sue. Penso a quella più recente, imbarazzata nel dirla ad alta voce perchè sembra così insignificante in confronto alla sua. “Mia madre è morta la scorsa settimana.”

Lui non reagisce alla mia tragedia come io ho reagito alla sua. Non reagisce per niente, e mi chiedo se sia perchè sperava che la mia fosse peggiore. Non lo è. Vince lui.

“Com’è morta?”

“Cancro. Mi sono presa cura di lei mentre stava nel mio appartamento per tutto l’ultimo anno.” È la prima persona a cui l’ho raccontato. Riesco a sentire il battito del mio cuore pulsarmi nel polso, quindi ci avvolgo attorno l’altra mano. “Oggi è il primo giorno da settimane in cui sono uscita.”

Ci fissiamo a vicenda per un minuto di troppo. Vorrei dire qualcos’altro, ma non sono mai stata coinvolta in una conversazione così pesante con un perfetto sconosciuto prima d’ora. Da un lato voglio che finisca, perchè dove potrebbe andare a finire una conversazione del genere?

Da nessuna parte. Si fermerebbe e basta.

Lui si mette di nuovo davanti allo specchio e si guarda, tirando indietro una ciocca di capelli scuri che era andata fuori posto. “C’è un meeting al quale devo essere. Sei sicura che starai bene?” Ora sta guardando il mio riflesso nello specchio.

“Sì. È tutto okay.”

“Okay?” Si volta, ripetendo la parola come fosse una domanda, come se okay non fosse rassicurante per lui come dire di stare bene.

“Starò bene”, ripeto. “Grazie dell’aiuto.”

Vorrei che sorridesse, ma non sembra indicato in questo momento. Sono curiosa di sapere come sarebbe il suo sorriso. Invece, fa spallucce e dice, “Bene, allora.” Si avvicina ad aprire la porta. La tiene aperta per me, ma non esco subito. Al contrario, continuo a guardarlo, non ancora pronta ad affrontare il mondo esterno. Apprezzo la sua gentilezza e vorrei dire di più, ringraziarlo in qualche modo, magari offrendogli un caffè o ridandogli indietro la camicia. Mi ritrovo attratta dal suo altruismo- una rarità di questi tempi. Ma è il lampo di una fede nuziale al suo anulare sinistro che mi spinge ad andare avanti, fuori dal bagno e dal bar, sulle strade che ora pullulano di persone ancora di più.

È arrivata un’ambulanza che sta bloccando il traffico in entrambe le direzioni. Cammino di nuovo verso la scena, chiedendomi se devo rilasciare una dichiarazione. Aspetto accanto a un poliziotto che sta trascrivendo su un taccuino gli appunti di altri testimoni oculari. Non sono molto diversi dai miei, ma rilascio la mia dichiarazione e aggiungo un contatto telefonico. Non so quanto possa essere d’aiuto dato che non ho visto mentre l’uomo veniva colpito. Ero a malapena vicina abbastanza per sentirlo. Abbastanza vicina da venire dipinta come una tela di Jackson Pollock.

Guardo dietro di me e vedo Jeremy uscire dal bar con un caffè in mano. Attraversa la strada, concentrato su dovunque sia che sta andando. La sua mente è da qualche altra parte ora, lontana da me, probabilmente rivolta a sua moglie e a cosa le dirà quando tornerà a casa senza camicia.

Tiro fuori il telefono dalla borsa e guardo l’ora. Ho ancora quindici minuti prima del mio incontro con Corey e l’editore della Pantem Press. Le mie mani stanno tremando ancora più violentemente ora che lo sconosciuto non è più qui a distrarmi dai miei pensieri. Un caffè potrebbe aiutare. La morfina aiuterebbe decisamente, ma l’ospizio l’ha rimossa tutta dal mio appartamento la scorsa settimana quando sono venuti a ritirare la loro attrezzatura dopo la morte di mia madre. È un peccato che fossi troppo scossa per ricordarmi di nasconderla. Mi avrebbe fatto davvero comodo in questo momento.

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